E fu così che una band, da sola, prese per la mano l'esercito punk, che ormai smarrito aspettava solo una voce, un anthem, con occhi e orecchie verso Madrid. I muletrain di " crashbeat " sono melodia e crudezza, speranza e odio, anthem e pogo, un mix che da tempo aspettavo. Diversi, certamente diversi dall' esordio, qui il grido secco di battaglia cresce e diventa anthem, appunto. " Gimmie gimmie gimmie rejection ! " urla Mario nella traccia d'apertura, e come dargli torto? nel 2009 come potremmo?. Il fatto è che in "walking venom" sembra di avere di fronte i primissimi Turbonegro, e la gioia si fa tripudio, immediatamente. Tematiche punk, di rivolta e disillusione, continuano incessanti come nella gioiosa "White lies"come in "Urgency" . Musica terapeutica ( Oggi a maggior ragione ), credetemi.martedì 26 maggio 2009
MULETRAIN - Crashbeat [Beat generation]
E fu così che una band, da sola, prese per la mano l'esercito punk, che ormai smarrito aspettava solo una voce, un anthem, con occhi e orecchie verso Madrid. I muletrain di " crashbeat " sono melodia e crudezza, speranza e odio, anthem e pogo, un mix che da tempo aspettavo. Diversi, certamente diversi dall' esordio, qui il grido secco di battaglia cresce e diventa anthem, appunto. " Gimmie gimmie gimmie rejection ! " urla Mario nella traccia d'apertura, e come dargli torto? nel 2009 come potremmo?. Il fatto è che in "walking venom" sembra di avere di fronte i primissimi Turbonegro, e la gioia si fa tripudio, immediatamente. Tematiche punk, di rivolta e disillusione, continuano incessanti come nella gioiosa "White lies"come in "Urgency" . Musica terapeutica ( Oggi a maggior ragione ), credetemi.
Etichette:
Punk,
Recensioni 2009
lunedì 25 maggio 2009
SMALL JACKETS - Cheap tequila [Go down ]
Etichette:
Boogie-rock,
Recensioni 2009
NASHVILLE PUSSY - From hell to texas [Steamhammer]
Ieri sera ascoltando Apocalypse dudes dei Turbonegro ho compreso From hell to texas dei Nashville pussy, strano il rock, se lo ami le soluzioni alle tue domande arrivano da sole. Ora, premesso che trattasi di due band strutturalmente differenti, ciò che mi colpì fu come il percorso artistico dei primi in un certo modo si stesse verificando anche per i secondi, e lo stesse facendo ora, mediante un percorso di lento appiattimento del primo standard compositivo, causa per la quale il passaggio non fu immediato come per i TRBNG, ma andiamo per gradi. Pensate a “ Let them eat pussy “ il primo albo dei Pussy oppure focalizzate l’attenzione sul secondo “ High as hell “ converrete con me che trattasi di albi da una potenza e soprattutto urgenza notevole, in certi tratti persino motorheadiana. Bene, ora spostatevi ad Oslo sponda Turbonegro, ricordate quando inventarono il death punk? Grazie a due album memorabili come “ Hot cars & spent contraceptives “ e soprattutto al fondamentale “ Ass cobra “? Spero di si. Il passo successivo è molto semplice, osservare le evoluzioni adottate dalle band in questione.I TRBNG inaugurarono il trio dell’ apocalisse con appunto Apocalypse dudes, Scandinavia leather e Party animals, ma i nashville ? cosa fecero i nashville? Semplice, rimasero sugli stessi standard iniziali, solo con molta meno verve e una sensazione più o meno espansa di fiacchezza. Sapete qual’ è la novità? Oggi i nostri pongono rimedio con “ From hell to texas “ e lo fanno mettendo in primo piano al contrario dell’hard-glam adottato dai cugini di Oslo , la loro vena southern rock, vena da sempre presente ed ora valorizzata in piena forma dall’ incedere indolente di “ Lazy jesus “ nell’affascinante “ Stone cold down “ e nei riff di “ I’m so high “. Rimandando al fuoco degli esordi con l’opener “ Speed machine “ ( che non sfigurerebbe in “High as hell” ) e mediante la spaccona “ Drunk driving man “. Insomma è giunta l’ora di tornare a comprare i dischi dei Nashville pussy
Etichette:
Hard-Rock,
Recensioni 2009
martedì 19 maggio 2009
PACK AD - Funeral mixtape [ Mint records ]
Ad una primissima distratta disamina, percepii solo un certo incedere tipico delle band dedite al detroit sound. Quella stessa cadenza più che trentennale, artefice di recente delle fortune dei White Stripes. Questo e poco altro. Sbagliando. In realtà, ben presto mi accorsi di quanto il progetto di queste due canadesi potesse contare su di un afflato ben diverso. Giubbotti di pelle, birra e genuinità, sono sempre una buona base di partenza, diaciamo pure quella che empaticamente fa la differenza, soprattutto se paragonata ben altri approcci radical chic. Becky (Voce e chitarra) e Maya (batteria) sono due Rocker, questo è certo come la morte. Basta visitare il loro sito per capirlo, dove a fianco dei video della loro "2 woman band" ve ne è anche uno, abbastanza goliardico per la verità, nel quale le due ragazze dimostrano il livello di conoscenza l'una dell'altra (Maya con la maglia degli Iron Maiden, e birra pronta per essere rovesciata sul tappeto), superando la prova brillantemente. “We are not a blues band, even though people keep putting us there” says Maya “We both love the blues, but we are a garage rock blues group”. Tutto verissimo aggiungo io, se associato ad una certa profondità blues, che cresce più ci si addentra nel dolce fuoco di 'Funeral mixtape.
Etichette:
Blues-rock,
Recensioni 2008
JIM JONES REVUE / Jim Jones revue [ Punk rock blues ]
Vedere quel cadavere, sentirne il fetore, è sempre stato molto confortante, almeno per me. Potrete quindi immaginare il mio rammarico all’ avvenuta putrefazione degli organi in anno 2008. Era chiaro fin dai primi vagiti del nuovo millennio, che la verve somministrata dagli artisti piu genuini non poteva, per quantità, sopperire ai fabisogni di un corpo in decomposizione, ma bastava per conservarne un ricordo onorevole. Abbrustolito dal tubo catodico, perennemente sintonizzato su x-factor, del rock rimasero un cumulo di ossa. Questo in sintesi il succo del discorso affrontato proprio ieri sera con un caro amico, presi entrami da una seria patologia del distacco. “ Secondo te chi è il parrucchiere di Morgan ? “ domandai per stemperare la rassegnazione, senza ricevere risposta. “ Jim Jones!! Diavolo di un diavolo, lo pettina con la voce! “ mi autorisposi, suscitando ilarità, ma non solo, forse anche un pizzico di speranza. Infatti per chi non lo sapesse c’è un tizio, uscito quest’anno che si presenta esattamente come “Il messia rock’n’roll” possedendone tutti i crismi, e non accadeva da quando Lux si mise a svolazzare come un umano volate. Immaginate Jerry Lee Lewis, si quello di great ball of fire, caricato a plutonio bombardare la nostra sfiducia, saltellando e roteando contemporaneamente, come se fosse sui carboni ardenti. In realtà la Jim Jones Revue non è altro che la nuova creatura dello stesso tipo conosciuto per la propria militanza in band come Thee Hypnotics e Black Moses, non un pazzo qualsiasi, uno che i gradi di “svitato” se li è guadagnati sul campo. Tanta carica bluesman anni cinquanta ma anche tantissimi Sonics dentro il debutto di questo figuro, che risolleva da solo l’orgoglio rocker generando nuovamente baldanza fra i suoi adepti. Credo di aver visto anche un cumulo di ossa ballare, ma non sono sicuro fossero le spoglie del rock, forse era soltando un povero cristo scomparso negli anni cinquanta in adorazione.
Etichette:
Punk,
Recensioni 2008
mercoledì 4 marzo 2009
GLUECIFER - Soaring with the eagles at night to rise with the pigs in the morning [White Jazz]
Anche se scrivo queste due righe conscio del fatto che i Gluecifer oramai si siano sciolti, nessuno può togliermi dalla testa che quella di Biff Malibù sia stata la più grande ugola rock del decennio, e forse persino di quello precedente. Detto questo, se amate i loser, dopo aver ascoltato la loro seconda prova sicuramente cercherete di acquistare un poster a grandezza naturale di Biff, che però non esiste. "Soaring with the eagles at night to rise with the pigs in the morning" suona più o meno come "Di notte leoni e di giorno c......." ed è l'esatta percezione di quello che avrebbero potuto fare dei punk a cui siano state impartite diverse lezioni da Angus Young. Tutto quello che passa per questo lavoro, viene inevitabilmenete amalgamato dalla voce del buon Biff, capace di modularla caladamente verso toni vicini al cantato rockabilly quando il pezzo lo richiede. L'assolo vocale di "Bossheaded", la traccia d'apertura, è qualcosa da mandare a memoria. Degno punto d'arrivo e di confronto con il quale misurare la bontà di qualsiasi altro frontman che si cimenti con questo genere. La furia alcolica di "Get the horn" (Forse il primo vero singolo della band, da non perdere il video!) non ha confronto, neppure per le frangie hooligans più estremiste. Insomma, uno splendido storyboard urbano disegnato dalla banda di teppisti della vostra città.
Etichette:
Avete mai riletto i classici?,
Hard-Rock
lunedì 2 marzo 2009
DWARVES - Blood guts and pussy [Sub pop]
Pensate ad una collina al tramonto. Immaginate che da quella collina in fiore, scenda un orda di nani nudi, drogati ed in perenne erezione, ecco è propio questo che sono i Dwarves, l'istinto animalesco stesso. Blood guts and pussy, per come la vedo io, rappresenta l'hardcore in una delle sue forme più smaglianti. Lontano da ideologie polico-sociali, lontano dalla protesta o dalla denuncia, presenta solo un grande sfrenato sfogo animalesco, quasi un bisogno corporeo. Degno successore del mini Tooling for a warm teabag, l'album diventa la prima vera uscita su lunga distanza dai tempi del garage-punk di Horror stories, vero gioiello eighties. Back seat of my car, Let's fuck e Drugstore, sono anthems per sbroccati sadici e drogati di sesso, gli stessi che potete trovare sotto il palco a godersi, mutilazioni e atti sessuali che i nostri propongono sovente live. Bad Brains depravati prodotti da GG. Allin, mi sembra una definizione abbastanza calzante. Tredici minuti erotti di furia testosteronica.
Etichette:
Avete mai riletto i classici?,
Hardcore
domenica 1 marzo 2009
ZEKE - Death alley [Aces & eights]
C'è un motociclista di Seattle, la città del grunge, che ama sfidare le curve con ghigno sadico, sfreccia tra le camicie di flanella e gli sguardi rassegnati dei grunger sotto valium, urlando a perdifiato, assetato di velocità e di emozioni forti. Blind Marky Flechtone è un bikers. Il suo sogno, oltre a quello di calcare con la sua enduro tutti gli sterrati della terra, è sempre stato quello di mettere su una band per donarle il suono di una quattro cilindri. Marky è cantante e chitarrista, è lui il decerebrato dietro al progetto Zeke. Diciamo subito che Death alley, l'albo in questione, non rappresenta solamente la quinta volta che si rinchiude, in compagnia dei suoi compari, in uno studio di registrazione nel tentativo di comprimere furia selvaggia in traccie audio, ma bensì l'unica volta che riuscirono a farcela stare tutta, vomitando fuori ogni singolo istinto incendiario per poi riempirlo di calci per imprigionarlo su disco. Su Death alley sembra di sentire i cugini bastardi dei Dwarves di Nick Olivieri, caricati a gasolio e Motorhead. Ascoltate "Crossroads" " Live wire" "Evil dead" e "Jack Torrance" per scoprire di essere al cospetto di un concentrato motociclistico, proposto a getto continuo, di hardcore e funambolismi da gustare alla goccia. Potrebbe bastare ampiamente per appagare palati forti, ma sappiate che il vicolo della morte non è solo questo. Possiede anche gemme stoner grasse e cariche di blues come "Evil woman" e " Road ahead" a completare degnamente il lavoro della carriera.
Etichette:
Avete mai riletto i classici?,
Hardcore
lunedì 23 febbraio 2009
FLESHTONES - Roman Gods [IRS]
Gli eroi “buoni” esistono e le favole pure. Quindi anche se siete di New York e come tutti i Newyorkesi possedete un tatuaggio con su scritto “Arty” posizionato sulla parte inferiore del cervelletto, sappiate che è arrivato un tizio di nome Peter Zaremba che ve lo eliminerà a suon di organetto. Le favole esistono, anche perchè svegliarsi una mattina di ferie per mettersi a trafficare in soffitta tra polvere e strumenti dismessi, salvo poi decidere ( dopo aver pulito tutto ) di formare una band, rimane un atto magico, tenero e adolescenziale. Esattamente quello che fece Keith Strong. Futuro chitarrista della band, Keith forse sapeva suonare “Oh when the saints go marching in “ con un cucchiaio e due bicchieri, anche se non ne sono del tutto sicuro, e comunque la sua esperienza di musicista si esauriva a quello. Amico di Peter Zaremba da diversi anni, Keith chiese al cantante organista di far parte della band, o forse fu il contrario, in qualsisi dei due casi, la nuova recluta accettò eseguendo un saltello su se stesso in segno di approvazione. I due rappresenteranno l'anima di una band che insieme a Bill (Batteria ) e Ken (Basso), si prodigò nel difficile compito di portare in ogni angolo della terra quella sensazione di spensieratezza da party della confraternita a cui il mondo aspirava (Secondo loro). La frase “Una manica di simpatici festaioli bontemponi” può descrivere bene il fenomeno, anche se trovare la ricetta giusta per esprimere tutto questo sfarzo goliardico in pieno periodo revival-psichedelico, non fu certo cosa immediata. American Beat (Il primo vero singolo della band) invece folgorò tutti gli amanti del toga party oltre coloro che amano correre nudi per le strade dopo la terza pinta di birra. Il suo incedere è straripante. Un gavettone di felicità si infrange mentre il sax più ebbro della storia prepara il tappeto rosso all' anthem che da solo descriverà il revival sixties e si ereggerà a sua forma massima. Il passo verso la commistione perfetta di Roman gods è breve, e mentre le prime note di “The dreg” inumidiscono l'aria, si comprende quanto la speziatura della proposta sarà ben più massiccia di un semplice tuffo nelle dance-hall universitarie dei sixties. All' interno, la tradizione garage viene arricchita dal Rhythm and blues (Hope come back)e soleggiata dal surf più limpido e armonico di sempre(Let's see the sun), inacidita da punte piccanti e richiami rockabilly (R-i-g-h-t-s) senza dimenticare mai l' argilla da cui provengono, il garage-sixties di “Stop fooling around”. Roman gods si presenta come il miglior prodotto revivalistico di tutti gli eighties, qualcosa nato per un' esigenza ben precisa e non dalla mera ricerca di un' esperienza “Diversa” nella New York degli artisti. Se siete in cerca di Eroi veri, di passionali e appassionati alfieri che degnamente rappresentarono gli anni del revival, bhe gli avete trovati,e questa è la loro manifestazione migliore.
Etichette:
Avete mai riletto i classici?,
Garage-beat
domenica 21 dicembre 2008
THE SAINTS - Eternally yours [Triple X Entertaiment]
Si me li immagino. Penso ai Punk ignoranti di Oxford street davanti allo store di turno, gonfi di birra, lasciare le ultime monete per Eternally yours. Li vedo nella mia mente ascoltare quel ritmo che non ha nulla a che vedere con le bassezze degli Exploited, che non trabocca di oscenità riluttanti come il primo Pistols e che non racconta di nessuna rivolta bianca. Immagino e vago con la mente, vedo le facce sbigottite di chi ha appena visto rubarsi l'auto sotto gli occhi senza poter muover muscolo, la bocca aperta, le imprecazioni inevitabili. Mai un punk deve essersi sentito così fregato nell'animo, insomma quel tipo di punk, ci siamo capiti. Deve essere dura ingoiare il boccone. Proprio tu, tu che hai passato la scorsa notte a lanciare molotov contro il British museum, vieni beffato da quelli che erano stati per tutto il 1977 di I'm Stranded la risposta più plausibile alla tua voglia di rivolta Australiana. Invece i Saints rispondono a te e a tutta la tua generazione allo sbando sbattendo violentemente sul tavolo un autentica vagonata di cultura rock'n'roll, quella che appena superata la tua pubertà pseudo-rivoluzionaria ti permetterà di respirare. Eternally yours ha i fiati, Eternally yours vanta accenti R&b, possiede la solidità di ormai vent'anni di garage music ( Ascoltate Memories are made of this ) e non scende mai a patti con nessuna corrente momentanea nè accetta la canonicità della scena punk, neppure quella Australiana. Know your product è portatore sano di evoluzione all' interno del genere già nel 1978, Orstralia inventa di fatto il post-punk e This perfect day posto all' ultima battuta pianta una ciliegina di quelle che non si scordano così facilmente. Monumento.
Etichette:
Aussie-Rock,
Avete mai riletto i classici?
martedì 25 novembre 2008
THE TUNAS / We cut our fingers in july [ Tre accordi records ]
E' ufficiale. Sarà il rock emergente nostrano a farci muovere ritmati e scomposti durante le festività di fine anno. Dopo Narcotics, Dome la muerte, ecco ora la bomba Tunas. Ora, pensate a " Au go go " il precedente albo, anzi compratelo, scorrete le traccie fino a " You' re not a punk " . Ci siete? bene. I tunas non han fatto altro che ripartire da quelle sonorità, si potrebbe chiedere di meglio ad un' evoluzione? No. Nel nuovo lavoro a scanso di equivoci, non si segano dita ( Come nel precedente e ben più infuocato albo ) al contrario si lavora di chitarra deliziosamente, senza perdere d'intensità. I " nuovi " Tunas sono un vero spasso. Pensate agli Small faces ed ai primi Stones affogati nella lordura periferica Bolognese, pensate a cosa succederebbe se qualcuno mischiasse Kinks con i tortellini. Un' esplosione di piacere. Una sola cover di Stevie Wonder "Uptight (Everything is alright) " e applausi a scena aperta.
Etichette:
Garage-beat,
Recensioni 2008
sabato 22 novembre 2008
Love me nots / Detroit [ Atomic a go go ]
La "scena" Detroit-rock, se così vogliamo chiamarla, emersa negli ultimi anni, rappresenta in quasi tutta la sua interezza una sacca di ottime band di cui vantarsi se mai gli alieni venissero ad invaderci. Certamente, è l'artiglieria femminile quella sugli scudi, parlo di all female-bands ( o quasi ) da capogiro come Sirens , Demolition Doll Rods e Detroit cobras, oltre che il signor Collins ( Dirtbombs ) . La cosa ancor più interessante però, è rappresentata dal fatto che ognuna di queste band non si limita ad ostentare chessò, un' iguana famosa da quelle parti, al contrario attualizza. Queste rappresentazioni di arte urbana, sono quindi le figlie di smog e paranoia attuali, made in 2000, altro che motorcity. Prendiamo il caso di questi Love me nots. Ascoltate i primi dieci secondi della open track " Walk around them " , poco prima che la voce di Nicole Laurenne intervenga. Avete esclamato anche voi: Hey sono i Fuzztones!? Bhe, io si. Anche se poi lo scenario muta drasticamente, il vox si fa da parte ( Ma non sompare ) ed il demone di Detroit dalla testa a forma di carburatore emerge solenne. In buona forma, si potrebbe descrivere il pezzo con due semplici parole: cimitero macchine, salvo scoprire poi che si sta parlando del pensiero portante di tutto il disco. Un progetto ambizioso e non cosi semplice da inseguire, a mio modo di vedere. Insomma, abbiamo aggiunto una variante sul tema e questo va certamente a loro favore, epoi in mezzo a tutto quel fumo e puzzo di pneumatico consumato un pò di voodoo non guasta, o no?
Etichette:
Detroit-rock,
Recensioni 2008
giovedì 20 novembre 2008
Fuzztones / Horny as hell [ Electrique mud ]
Avete forse idea del tempo che è trascorso da quando Rudi Protrudi ha iniziato a scalfire, dotato di raschietto e tanto olio di gomito, il fondo di quel barile di birra? Io l'ho dimenticato. Altri invece pensano che abbia raggiunto una falda petrolifera, così da potersi autofinanziare le due casse di bionda al malto che si scola ad ogni concerto, prima di salire sul palco ovviamente. Anche perchè si presume che la cosa sia diventata consuetudine giornaliera, e non sempre c'è il 3x2 al supermarket. L'ultima volta che sono andato ad un concerto dei Fuzztones è stato qualche mese fa, devo dire che li trovai in forma splendida, soprattutto lana, la cui sagoma sexy e seminuda, intenta a concupire un sax, troneggiava su di un poster all' entrata del locale per la gioia dei trentenni allupati sodomizzatori di chitarre. Ora però alla luce del nuovo albo, ho finalmente capito che il sax inserito nella triade: Lana, sax , Rudi, rappresenti ben più di un semplice stimolate per la fuzz-coppia(?) , infondo non si presta molto ad incursioni di piacere, piuttosto assomiglia più ad un terzo (in)comodo, libero di prendersi la propria rivincita dopo anni di tradimenti, dall' una e dall' altra parte. Insomma Rudi l'ha riconosciuto come parte integrante della famiglia. Horny as hell infondo non è altro che un grosso e morbido tappeto rosso per la sfilata di mr. Sax o trombetta o comunque lo vogliate chiamare.Interessante se si trattasse di una sit-com a puntate.
Etichette:
Garage-Punk,
Recensioni 2008
martedì 11 novembre 2008
Scientists / Weird love [ Big Time ]
Voi, da che parte state? Scientists late '70 style ? Oppure tenete maggiormente alla loro reincarnazione eighties, denomintata da qualche genio swamp-rock? O non ve ne frega assolutamente nulla perchè ultimamente ascoltate il remake messo in atto dagli Oasis? Per quanto mi riguarda, non esistono new wave-punk alla " Larry " ( Dal primo albo ) che tengano al cospetto delle psicosi apparse nel secondo tratto di carriera, ma sono opinioni. Una massa torbida e compatta, da restarci intrappolati con i piedi e con l' anima. In questo " Weird love " i nostri, sembrano quasi voler suonare una specie di " Crampstomp " rallentato, come se i Birthday party fossero andati a letto con Lux Interior & soci e ne fosse nato qualcosa. Bastano le prime tre traccie per dannarsi l'anima irrimediabilmente. " In my heart is a place called swampland " canta Kim Salmon, in " Swampland " tessendo desolazione su di un tappeto a tinte Crampsiane. " Hell beach " poi, suonerebbe perfettamente dopo " How far can too far go ? " in A date with Elvis ( Cramps 1986) , tanto per rendere l' idea di che anno fu il 1986. " Demolition derby" incede zoppicante, come fosse trainata al guinzaglio dalla propria dominatrice sadomaso. Ed in tutto questo delirio, a tratti compaiono sentori Chrome cranks e fioriture mentali distorte da clinica specializzata. Comprate e custodite gelosamente vicino alle manette e a tutta quell' altra roba che usate a letto, maledetti maiali.
Etichette:
Avete mai riletto i classici?,
Swamp-rock
Iscriviti a:
Post (Atom)